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Moldavia: il villaggio di Dereneu e la guerra tra chiese ortodosse

Florentin Cassonnet/CdB


Una chiesa occupata, il pope costretto a dire messa in una sala riunioni, una comunità lacerata. Dereneu, piccolo villaggio moldavo, è in queste settimane metafora delle divisioni nel paese. Reportage

(Pubblicato originariamente da Courrier des Balkans il 29 aprile 2018)

La chiesa è stata costruita su una piccola collina e sovrasta il villaggio. La strada che vi porta è l’unica asfaltata di Dereneu, 700 abitanti, nella vallata di Călărași, a 60 km ad ovest di Chișinău. Qui tutto sembra tranquillo ma non ci si può fidare delle apparenze. Da due mesi la chiesa è occupata. Un gruppo di uomini vi si sono barricati e il pope del villaggio, padre Florin, non vi ha più accesso.

Il nodo della questione riguarda la divisione in seno alla Chiesa ortodossa in Moldavia: nell’agosto del 2017 padre Florin ha deciso il passaggio della chiesa di Dereneu – che dipendeva sino ad allora dalla Chiesa ortodossa della Moldavia, legata al patriarcato di Mosca – sotto la giurisdizione della Chiesa ortodossa di Bessarabia, collegata al patriarcato di Bucarest. Divisione ecclesiastica che è frutto della storia del paese, passato nel corso dell’ultimo secolo dal dominio russo a quello rumeno per poi finire in quello sovietico prima di ottenere l’indipendenza nel 1991. Anche oggi il paese resta suddiviso in varie zone di influenza ed è in difficoltà, colpito da un’emigrazione massiccia, ad impostare il proprio futuro.

Padre Florin – Florentin Cassonnet/CdB

“Dall’agosto 2017 al marzo 2018 eravamo liberi, non c’è stato alcun problema ma ai primi di marzo un gruppo di ex giocatori di rugby ‘pro-russi’ sono venuti insieme a dei preti della diocesi di Ungheni [alla quale apparteneva la parrocchia di Dereneu] occupando la nostra chiesa. Hanno manomesso gli ingressi con la sega circolare e sono entrati. Ed è illegale perché la chiesa non appartiene a loro”, s’indigna padre Florin. “Da quando sono entrati mangiano nella chiesa, dormono nella chiesa e bevono addirittura alcol nella chiesa. Hanno una parola d’ordine per entrare e uscire, per farsi portare delle provviste e comunicano tra loro per telefono”.

Bussiamo alla porta d’ingresso della chiesa, alle finestre, per parlare con le persone al suo interno. Vi sono dei movimenti, ma nessuno risponde. “Non vale la pena di perdere tempo, non rispondono a nessuno”, afferma Lili Marin, la moglie del pope Florin. Ma come fanno a sopravvivere, rinchiusi nell’edificio? “È qualcuno del villaggio, che li sostiene, che porta loro le provviste”. E per andare in bagno? Non nella chiesa… “Guardano dalla finestra quando non c’è nessuno, escono per andare nei bagni in fondo al cortile”.

Momento detonatore è stato il 4 marzo scorso quando la sindaca del villaggio e decine di cittadini hanno sottoscritto una “Dichiarazione simbolica di riunificazione con la Romania”. Il giorno dopo, padre Florin, è stato avvertito dagli abitanti del villaggio che “qualcuno” sarebbe venuto a riprendersi la chiesa. È stata quindi convocata nuovamente un’assemblea presso la Casa della cultura del villaggio per votare nuovamente il passaggio della parrocchia sotto il patriarcato di Bucarest. Dopo il voto una folla di circa 500 persone si è recata verso la chiesa ma un cordone di polizia sbarrava l’entrata. Dietro al cordone di polizia persone di Ungheni si erano già introdotte nell’edificio. Nevicava, faceva freddo, la gente è rimasta per un po’ e poi è ritornata nelle proprie case.

“È un’attentato alla libera espressione religiosa”, sottolinea padre Florin. Accusa poi il vescovo di Ungheni, Petru Musteață (che si è rifiutato di rispondere alle nostre domande) di fare del villaggio di Dereneu un esempio per evitare altre defezioni. “Molti vorrebbero cambiare ma hanno paura. Aspettano a vedere cosa accadrà a me a Dereneu”.

Nel 1944, quando la Moldavia è passata sotto la dominazione sovietica, l’arcidiocesi rumena di Bessarabia è stata soppressa e rimpiazzata da quella di Chişinău, collegata al patriarcato di Mosca. Nel 1991, con l’indipendenza, l’arcidiocesi di Bessarabia è stata ricostituita ma è rimasta marginale per un decennio e il suo riconoscimento ufficiale è rimasto bloccato da parte dei tribunali moldavi sino ad una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2002 che ha obbligato le due chiese a coabitare.

Padre Florin è originario di Târgu Neamț in Romania. È il primo prete rumeno ad essersi trasferito in Moldavia dopo l’indipendenza nel 1991. Inviatovi dalla Chiesa ortodossa rumena in missione per “servire i rumeni sull’altra riva del Prout”, fiume che separa Romania e Moldavia. Si è stabilito a Dereneu. La chiesa locale era abbandonata, l’ha ristrutturata ed a fianco ha costruito la propria casa.

Nel 2006 si è legato segretamente l’arcidiocesi di Bessarabia, rimanendo ufficialmente a servire la diocesi di Ungheni, dell’arcidiocesi di Chişinău. Come un vero e proprio agente segreto che faceva il doppiogiochista. Già all’epoca intendeva effettuare questo trasferimento ma “gli abitanti di Dereneu non erano ancora pronti, erano in maggioranza pro-russi”.

La sindaca Elena Oaserele – Florentin Cassonnet/CdB

Poi gli anziani sono morti ed i rapporti di forza sono pian piano cambiati sino a quando la maggior parte degli abitanti sono divenuti pro-Romania. Attualmente padre Florin ritiene che solo il 5% della popolazione locale osteggi questo trasferimento sotto una nuova diocesi. La sindaca di Dereneu è della stessa opinione mostrando un faldone pieno di dichiarazioni sottoscritte dai singoli abitanti a favore del trasferimento: circa 550 persone.

Un uomo arriva nel cortile della chiesa con due bottiglie di bevanda alcolica. È un abitante del villaggio che viene a rifocillare le persone asserragliate nella chiesa. È evidentemente ubriaco a non si aspettava che il pope e la moglie fossero lì. Sono le sette di sera e sta per calare la sera.

Parte un litigio. La moglie del prete, Lili, tira fuori il cellulare per filmare l’alterco. Volano accuse, il prete avrebbe rubato icone e soldi, avrebbe violentato una bambina e l’avrebbe uccisa, come avrebbe anche investito mortalmente un bambino in Romania ed avrebbe un appartamento a Chişinău per appartarsi con prostitute… mentre gli spiriti si surriscaldano il cellulare dell’uomo suona incessantemente. Alla fine lui risponde. La chiamata viene dall’interno della chiesa, sembrano ordinargli si smetterla e di andarsene. Ma l’uomo continua a discutere con padre Florin, le voci che girano al villaggio sono al centro della disputa…. Il suo telefono squilla ancora. L’uomo riprende le sue bottiglie e se ne va.

Gli uomini rinchiusi all’interno della chiesa avrebbero minacciato padre Florin di gettarlo nel Prout. Lo scorso settembre la sindaca Elena Oaserele ha ricevuto nella cassetta delle lettere del comune una lettera contenente minacce di morte: “Sindaca, visto il modo in cui ti comporti con la gente del villaggio rifletti su ciò che ti attende: un proiettile in testa e poi nella fontana. sappi che non scapperai a questo destino”. Secondo la sindaca la lettera è collegata all’aiuto che lei ha dato al prete, in quanto però privata cittadina, a raccogliere le firme necessarie per trasferire la parrocchia. “Ho i sospetti su sei persone del villaggio, ma non ho certezze. La polizia ha ritenuto che non fosse necessario adottare misure di sicurezza particolari. Se la polizia avesse voluto, avrebbe scoperto in due giorni chi ha mandato quella lettera”.

Elena Oaserele non è legata ad alcun partito ed alcuni sospettano che l’assenza di un padrino politico potente spieghi la durata dell’occupazione della chiesa. “Se fosse assieme a Plahotniuc, tutto oggi andrebbe bene”, afferma padre Florin. In Moldavia si finisce sempre col nominare Vlad Plahotniuc, l’oligarca miliardario a capo del Partito democratico (PDM) al potere. “Plahotniuc è il Dio della Moldavia”, continua il pope. “Se lui desse l’ordine, la chiesa sarebbe libera in due secondi”.

In passato Elena Oaserele faceva parte del Partito liberal-democratico della Moldavia (PLDM), il partito di Vlad Filat. Quando l’ex primo ministro è stato processato e incarcerato nel 2015 il partito si è sgretolato e molti dei suoi appartenenti sono andati nelle fila del PDM. Elena Oaserele si è rifiutata di farlo, preferendo restare indipendente. In ogni caso non si ripresenterà alle prossime elezioni locali, questa storia delle minacce di morte le hanno fatto perdere il gusto del servizio per la comunità. “Per 200 euro al mese, non vale la pena perdere la salute”.

Nel frattempo ogni domenica a Dereneu vi sono due messe. Una nella chiesa occupata, con un prete che arriva da Ungheni, e una nella sala riunioni antistante, celebrata da padre Florin. E tutto continuerà sino a quando Vlad Plahotniuc prenderà una decisione oppure quando il villaggio riuscirà a riappacificarsi autonomamente.

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FONTE : Osservatorio Balcani e Caucaso – Ultime notizie

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