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I cittadini: attivisti che lottano per la propria città

Una bandiera con il logo di ‘Ne da(vi)mo Beograd’ – Kosovo 2.0


Quattro anni dopo, ‘Ne da(vi)mo Beograd’ non desiste e continua a promuovere iniziative per difendere gli spazi pubblici della capitale serba

(Pubblicato originariamente da Kosovo 2.0 il primo aprile 2018)

Mentre le pattuglie della polizia tenevano d’occhio le persone che passavano tra la piazza Terazije di Belgrado e la sede del Parlamento, un gruppo di attivisti, sostenitori e giornalisti si riuniva in uno spazio sotterraneo a circa 200 metri di distanza. Era la sera di domenica 4 marzo 2018 e stavano aspettando, per lo più nervosamente, l’annuncio dei risultati delle elezioni locali di Belgrado che avevano avuto luogo quel giorno.

In queste elezioni, per la prima volta, si erano candidati, dopo quattro anni di attivismo, rappresentanti dell’iniziativa Ne da(vi)mo Beograd (Non lasciamo affondare Belgrado). Il capiente seminterrato era pieno zeppo di persone, di tensione e di speranza.

L’iniziativa nasce nel 2014, quando un gruppo di cittadini decide di ostacolare la costruzione multimilionaria “Belgrado sull’acqua“. Oggi è un movimento politico che ha ricevuto alle urne il sostegno di 30.000 elettori.

Con il passare della notte e con l’arrivo dei risultati, la tensione e la speranza venivano sostituite da un senso di delusione mentre era sempre più chiaro che non era stata raggiunta la soglia del 5%, necessaria per ottenere una rappresentanza locale.

Tuttavia, riflettendo su quanto era accaduto, il tutto si è presto trasformato in un senso di orgoglio: per la maggior parte delle persone in quella stanza, le elezioni locali erano state la prima esperienza nella conduzione di una campagna elettorale. Nonostante lo spazio limitato sui media e i modesti mezzi finanziari, messi a disposizione dai membri dell’iniziativa e individui e organizzazioni simpatizzanti, ottenere il 3,5% dei consensi può essere considerata un’importante svolta politica.

Lotta per l’interesse pubblico

Ne da(vi)mo Beograd conta circa 200 attivisti di diversi profili e interessi, con l’obiettivo di combattere “contro la violenza inflitta all’interesse pubblico a favore di quello privato” e “contro l’esclusione dei cittadini dalle decisioni riguardanti i fondi pubblici”.

Tutto è cominciato quasi quattro anni fa, nel luglio 2014, quando un gruppo di cittadini è stato coinvolto in un dibattito pubblico sul Progetto di piano territoriale per la regolamentazione della parte costiera della città di Belgrado, un documento che avrebbe contribuito a spianare la strada per Belgrado sull’acqua.

Le obiezioni allora sollevate vennero poi successivamente inviate all’amministrazione comunale di Belgrado, sotto il nome di Ne da(vi)mo Beograd. In totale, dicono gli attivisti, circa 250 cittadini ed esperti lavorarono per depositare migliaia di obiezioni alle modifiche previste sia al Piano Generale per la città di Belgrado sia al Progetto di Piano Spaziale relativo all’area del litorale. Obiezioni tutte respinte.

Alla costruzione di Belgrado sull’acqua è stato poi dato il via tramite l’approvazione di una lex specialis da parte del parlamento il 9 aprile 2015 (sebbene in realtà il lavoro sul terreno fosse già cominciato l’anno precedente). Due settimane dopo è stato firmato un contratto in merito all’opera immobiliare tra la Repubblica di Serbia e gli investitori degli Emirati Arabi Uniti, si dice per un valore di 3,5 miliardi di euro.

Quando il contratto di 69 pagine (259 pagine nella versione inglese, l’unico ad includere allegati) è stato pubblicato a settembre 2015, è emerso che l’investitore è obbligato a investire solo 150 milioni di euro e altri 150 in prestiti, mentre la Repubblica di Serbia è tenuta a garantire ulteriori prestiti e preparare pienamente il cantiere.

Oltre all’enorme discrepanza nell’importo effettivo dell’investimento rispetto a quanto promesso ai cittadini, gli attivisti hanno evidenziato una serie di obiezioni, non ultimo il leasing di 177 ettari di terreno pubblico ad una società privata a titolo gratuito per un periodo indefinito di tempo.

Nel frattempo, Ne da(vi)mo Beograd aveva introdotto il simbolo della propria resistenza: un’anatra gialla (in serbo, “anatra” è una parola gergale per “pene”, mentre secondo gli attivisti in questo caso simboleggia una grande frode “che non deve rimanere irrisolta”).

Il grande papero, alto 2 metri, è apparso per la prima volta il 2 aprile, il giorno della discussione della lex specialis. Con l’idea di indicare che qualcosa stava andando male nel processo decisionale democratico in Serbia, i manifestanti hanno collocato l’anatra tra due bandiere serbe sugli alberi di fronte al Parlamento. Tuttavia, dopo l’intervento della polizia, il papero ha dovuto trasferirsi nella vicina piazza Nikola Pašić, dove è rimasto per giorni.

Gli attivisti hanno rilasciato un comunicato stampa dicendo che un’anatra era arrivata davanti al Parlamento, mentre l’altra “vi era entrata sotto forma di disegno di legge”, invitando i deputati eletti ad opporsi alla proposta.

Questa è stata la prima di molte azioni di protesta: gli attivisti hanno stimato che oltre 40.000 persone hanno partecipato alla più grande tra queste proteste, nel 2016. A Belgrado, per la prima volta in molti anni, è stata cantata una canzone antifascista, mentre gli attivisti hanno marciato per la città al suono di ¡Ay Carmela!, l’inno delle truppe repubblicane spagnole dal tempo della guerra civile. In vista delle proteste, le persone erano state invitate tramite i social media a partecipare in massa, e molte di loro hanno risposto positivamente.

Al grido di “Non passerà!” e “La città di chi? La nostra città!”, gli attivisti hanno chiesto le dimissioni del sindaco di Belgrado, Siniša Mali, e di tutti quei funzionari che si ritiene abbiano favorito la costruzione di Belgrado sull’acqua.

Da quando sono iniziati i lavori, gli attivisti hanno anche presentato diverse denunce penali contro i responsabili politici: la loro negligenza avrebbe infatti causato un pericolo generale a causa del danno inflitto all’argine della Sava, dove uno degli argini è crollato dopo che un cratere della lunghezza di 16 metri si è aperto nel cantiere.

“Le proteste sono solo un aspetto di tutte le cose che abbiamo fatto negli ultimi anni per fermare la costruzione di Belgrado sull’acqua”, dice Andrija Stojanović, uno degli attivisti.

Stojanović sottolinea inoltre come gli attivisti non abbiano focalizzato la propria attenzione esclusivamente su questo vistoso progetto, ma anche su altri progetti della città in cui credono si siano verificati illeciti. “Abbiamo analizzato lo stato delle cose sul campo, e abbiamo scritto obiezioni, evidenziando le ragioni per le quali pensiamo che la costruzione di Belgrado sull’acqua sia dannosa, oltre a [evidenziare i problemi su] altri progetti urbanistici”.

Sostegno in crescita

Forse la più grande iniezione di energia per Ne da(vi)mo Beograd è arrivata nella primavera 2016, in seguito ad una serie di eventi ormai tristemente noti.

Nella notte tra il 24 e il 25 aprile di quell’anno (sera delle elezioni locali, regionali e parlamentari), furono demoliti diversi edifici nel quartiere di Savamala che stavano ostacolando lo sviluppo di Belgrado sull’acqua. Fino ad oggi, il pubblico non sa ancora chi li abbia distrutti; la polizia ha presentato un rapporto di indagine alla Procura della Repubblica nel giugno 2017, ma il Pubblico Ministero non ha ancora risposto.

Ciò che si sa è che un gruppo di persone mascherate ed equipaggiate di macchinari ha distrutto degli edifici in via Hercegovačka che erano stati identificati per la demolizione come parte dell’ampliamento del cantiere di Belgrado sull’acqua. Gli attivisti locali avevano precedentemente contribuito a prevenire la loro demolizione organizzando diverse proteste.

Nel corso degli eventi, l’accesso alla via Hercegovačka venne bloccato con camion, alcuni passanti furono fermati e i loro telefoni sequestrati, le telecamere di sicurezza dagli edifici circostanti furono rimosse e un guardiano del sito fu legato, il suo telefono sequestrato. Più tardi l’uomo fu portato in ospedale, dove morì alcuni giorni dopo. Nella speculazione mediatica che seguì, la sua morte fu collegata allo stress che soffrì la notte delle demolizioni, mentre il ministero della Salute assicurò che all’uomo erano state fornite cure mediche adeguate in ospedale.

Due mesi dopo, in un incidente scollegato, un venditore di un mercato nel quartiere Vidikovac morì accanto alle sue casse di meloni dopo che la polizia comunale gli aveva chiesto i documenti. Successivamente venne chiarito che l’uomo non aveva il permesso di vendere cocomeri e che aveva già avuto diversi incontri con la polizia comunale al mercato.

L’incidente ha rafforzato la percezione tra alcuni cittadini che il modus operandi della polizia comunale di Belgrado sia inutilmente duro. Diversi agenti sono stati sanzionati o sospesi per aver abusato della loro autorità negli ultimi anni. In risposta alla brutalità della polizia, gli attivisti hanno frantumato 200 chili di angurie presso il quartier generale della polizia comunale di Belgrado, invitandola ad assumersi la responsabilità del trattamento riservato ai propri cittadini.

Sulla scia di questi eventi, i simpatizzanti di numerosi gruppi di opposizione in Serbia si sono uniti alle proteste, tra cui il movimento libertario Libek, un certo numero di membri e sostenitori dei partiti di opposizione e molte persone della comunità accademica, come la docente e attivista di Belgrado Srbijanka Turajlić e Igor Štiks, scrittore e professore di Sarajevo che vive a Belgrado.

“Il decesso della morte della guardia notturna non sopravvissuta alla notte in via Hercegovačka e la morte del venditore di meloni al mercato di Vidikovac hanno fatto crescere in modo esponenziale il movimento di protesta”, dice Stojanović. “Le persone hanno reagito alla morte dei propri concittadini”.

Quando gli attivisti hanno deciso di candidarsi alle ultime elezioni locali di Belgrado, il sostegno è arrivato da individui e organizzazioni di tutta Europa, tra cui il movimento sovranazionale paneuropeo DiEM25. I fondatori di DiEM25 sono l’ex ministro del governo greco e professore di economia Yanis Varoufakis e il filosofo croato Srećko Horvat. Fra gli altri membri del movimento figurano il regista britannico Ken Loach, il compositore Jean-Michel Jarre, il fondatore di Wikileaks Julian Assange, il filosofo sloveno Slavoj Žižek, il filosofo croato Boris Buden, l’autrice e attivista canadese Naomi Klein e la sociologa Saskia Sassen.

Numerose altre organizzazioni provenienti da paesi come Spagna, Germania, Francia, Belgio e Polonia hanno offerto il proprio sostegno all’iniziativa, mentre un video-messaggio di sostegno è arrivato da Zagabria, a nome del movimento Zagreb je NAŠ.

Alla ricerca di soluzioni sistematiche

“I nostri membri sono persone molto diverse, ma condividono gli stessi valori e sentono una responsabilità personale come cittadini di Belgrado”, afferma Milan Škobić, un altro attivista. “Sono per lo più persone che riescono a fare qualcos’altro oltre a guadagnare per la loro pura sopravvivenza, o a guadagnare abbastanza per donare un po’ di soldi alla cassa comune”.

Gli attivisti di Ne da(vi)mo Beograd spiegano che il focus dell’azione si è spostato dal trattare casi singoli (come la protesta contro Belgrado sull’acqua, la costruzione di altri grattacieli nel quartiere di Novi Beograd a scapito degli spazi verdi e lo sgombero forzato di persone vulnerabili dalla loro casa) alla ricerca di soluzioni sistemiche ai problemi. L’iniziativa ha anche mappato i cosiddetti punti di crisi a Belgrado, ovvero i luoghi che ritengono ad alto rischio.

“Ho aderito all’iniziativa come cittadino interessato”, afferma Stojanović. “Ero arrabbiato perché un prezioso spazio di Belgrado era stato consegnato a qualcuno durante la notte, mentre i cittadini non avevano voce in capitolo. Siamo andati alle discussioni pubbliche, ma ho visto che si trattava di una simulazione del processo in cui in teoria i cittadini dovrebbero essere ascoltati, perché tutte le nostre obiezioni venivano rigettate. Allora ho capito che era responsabilità di tutti noi informare gli altri cittadini in merito”.

Dal momento che per ora l’iniziativa Ne da(vi)mo Beograd ha principalmente affrontato la questione degli spazi pubblici, alcuni hanno snobbato la candidatura degli attivisti alle elezioni locali, descrivendoli come impreparati a risolvere i problemi della città. I critici puntualizzavano regolarmente che le elezioni di Belgrado riguardavano qualcosa di molto più ampio dell’argine della Sava o del parco di Novi Beograd.

Stojanović afferma che l’iniziativa sta ancora cercando il modello migliore per riportare la politica nelle mani dei cittadini. “Crediamo che dobbiamo spiegare alla gente che la politica non è solo una preoccupazione di alcuni politici, ma che sta a loro scegliere se ci sarà un nuovo asilo o una scuola nel loro isolato, o se saranno costruiti in uno vicino a causa di decisioni politiche”, dice.

Il prezzo dell’attivismo

Durante il loro lavoro, gli attivisti di Ne da(vi)mo Beograd affermano di aver affrontato numerose situazioni spiacevoli, dalle minacce di morte online alle aggressioni fisiche durante le azioni di protesta. Queste accuse sono state segnalate alla polizia, ma ad oggi nessun responsabile è stato perseguito.

“Abbiamo presentato 50 denunce per minacce ricevute tramite Internet al Dipartimento per i crimini dell’alta tecnologia”, afferma Stojanović, “e 10 per molestie per strada. Alcuni giorni prima delle elezioni [di marzo 2018], siamo stati informati che due o tre casi avevano iniziato a essere trattati”. Gli attivisti aggiungono che questi casi sono stati trattati solo dopo una protesta organizzata di fronte all’ufficio del pubblico ministero, dato che non venivano toccati dal 2016.

D’altra parte, diversi attivisti sono stati denunciati per varie forme di violazione dell’ordine pubblico e della quiete. Alcuni hanno già ricevuto multe tra 100.000 e 150.000 RSD (850-1250 euro) per reati minori come l’aver attaccato adesivi o per graffiti su muri pubblici e asfalto. Alcune delle accuse sono ormai cadute in prescrizione, altre sono state respinte, mentre altre ancora sono in attesa di udienza.

“Si tratta di procedimenti di lunga durata”, afferma Stojanović. “Per esempio, io devo andare in tribunale solo nella seconda metà di quest’anno”.

Alcuni attivisti affermano di aver ricevuto denunce relative ad eventi in cui non sono stati identificati personalmente dalla polizia, e si domandano perché la polizia trascorra così tanto tempo a indagare su accuse relativamente minori, piuttosto che sulle minacce di morte che loro hanno ricevuto.

“In qualche modo, la polizia mi ha identificato senza che nessuno chiedesse di vedere i miei documenti durante i fatti. In qualche modo hanno stabilito che ero io. Non ci penso molto”, dice Škobić, aggiungendo che non vede altro modo per rispondere alle minacce e alle pressioni che conviverci. “Finché non arriviamo al punto di ricevere accuse penali, la situazione è sopportabile. Finché nessuno sta minacciando di mandarci in prigione per quello che stiamo facendo, non penso che sia così difficile affrontare tutto questo”.

Questo stoicismo si riflette anche nella collega attivista, Jelena Mijić, che afferma di essere grata che le pressioni, le minacce e il monitoraggio non siano stati finora più intensi o estesi ai propri cari. “Sono stata accusata di scrivere scritte sul marciapiede di fronte al parlamento, ma in quella circostanza non mi è stato nemmeno chiesto di mostrare i documenti”, dice. “Il fatto che le nostre famiglie non siano state ancora colpite è alquanto confortante. In passato ho dubitato di avere la capacità emotiva di affrontare tale pressione, ma col passare del tempo sono sempre più resistente e riesco ad affrontarla meglio”.

Gli attivisti sono determinati a non cedere e a continuare a fare pressione per queste cause attraverso tutti gli strumenti legali disponibili.

Nonostante la delusione a breve termine e alcune lacrime versate dopo la pubblicazione dei risultati delle elezioni, gli attivisti si sono radunati e hanno annunciato una nuova lotta per la città. Le prossime elezioni locali si terranno nel 2020. “Non importa che non siamo riusciti a ottenere un posto in consiglio comunale in queste elezioni, continueremo ad essere presenti attraverso la partecipazione civica attiva”, dice l’attivista Radomir Lazović. “Scriveremo raccomandazioni, presenteremo denunce e continueremo a fare tutto ciò che possiamo in quanto cittadini affinché i valori che rappresentiamo vincano”.

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FONTE : Osservatorio Balcani e Caucaso – Ultime notizie

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